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I genitori devono adempiere i loro obblighi di mantenimento nei confronti dei figli in concorso fra loro in proporzione alle rispettive sostanze e secondo le loro capacità di lavoro professionale o casalingo ( art. 316 bic c. 1 c.c.). I genitori sono tenuti quindi a mantenere i figli che sono, senza loro colpa, non economicamente indipendenti ( Cass. N. 4534/2014, Cass. N. 24017/2008).

L’obbligo dei genitori di versare il mantenimento al figlio maggiorenne perdura perciò fino a quando concrete possibilità di autosostentamento gli sono state offerte (Cass. n. 22314/2017)

Ne consegue che il figlio maggiorenne che rinuncia un’offerta di lavoro può perdere il diritto al mantenimento.

La Corte di Cassazione civile, con Ordinanza n. 22314 del 25 settembre 2017, ha tolto l’assegno di mantenimento alla figlia maggiorenne fino a quel momento versato dal padre divorziato.

La Corte ritiene che il versamento dell’assegno di mantenimento deve essere giustificato dalla impossibilità o difficoltà, da parte del figlio, a trovare una fonte economica di autosostentamento.

In specifico da parte del figlio maggiorenne deve esserci un concreto “impegno per la ricerca di un’occupazione lavorativa“, la cui prova va valutata dal giudice del merito con proprio libero apprezzamento.

Nel caso poi di un lavoro concretamente offerto, il figlio maggiorenne che lo rifiuta potrà vedersi revocato il diritto al mantenimento da parte del genitore separato/divorziato.

La Corte conferma il principio oramai consolidatosi negli anni secondo cui se il genitore prova la condotta colpevole del figlio si libera dall’obbligo di mantenimento: in sostanza il genitore deve provare che il figlio è stato posto nelle concrete condizioni per poter essere economicamente autosufficiente, senza averne però tratto utile profitto per sua colpa o per sua scelta (Cass. N. 1773/2012).